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Il "Teatro Bracco",
già "Tarsia", fu inaugurato il 29 maggio del 1962 alla prese nza delle
più alte personalità dello Stato, della Provincia e della Cultura. Ma
solo l'anno seguente, nel marzo del 1963, esso aprì definitivamente le
sue porte al pubblico dando inizio ad una stagione di prosa napoletana
che avrebbe dato lustro a testi di autori classici e moderni
- quali Pietro Trinchera e
Domenico Romano,
Rocco Galdieri e Francesco Cerlone -
e messo insieme un "cast" di attori e registi di grande
talento, dando inizio alla regolare attività della Compagnia Stabile
Napoletana.
Da allora, calcarono
quel palcoscenico attori di grande fama ed esordienti, come del resto
era già accaduto quando anni prima - negli anni Trenta - quella stessa
struttura era chiamata "Sala Tarsia"
e vi venivano rappresentate le opere di Di Giacomo
e di Bovio, di
Scarpetta e di Pietriccione, di
Murolo e di Starace.
Inoltre, quel teatro
sorgeva in un luogo "storico" di Napoli: quelli che una volta erano i
giardini del settecentesco Palazzo dei Principi Spinelli di Tarsia e
che, col tempo, furono trasformati, prima in un mercato all'aperto e,
poi, in una famosa sala per le esposizioni. Dopo secoli di
trasformazioni, grazie alla premura di Salvatore Emmanuele, direttore
dell'ENAL, il "Teatro Bracco" era finalmente diventato un luogo di
divertimento e cultura.
Nel caos di Salita
Tarsia... quel che resta di una reggia
Salita Tarsia molti l'hanno vista, nel
celebre "L'Oro di Napoli" di Vittorio De Sica: Totò scendeva da quella
strada vestito da pazzariello per l'inaugurazione di un
negozio
di alimentari. A casa lo aspettava un camorrista che aveva preso Totò e la
sua famiglia per albergo, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma salita
Tarsia, come via Tarsia e i vicoli vicini, quasi più nessuno ricorda che
sono parte del più bello, più grande e sfarzoso palazzo che Napoli abbia
mai avuto, Palazzo Spinelli di Tarsia. Di questo palazzo oggi bisogna più
immaginare che vedere, poiché una facciata interna e un corpo di fabbrica
non piccolo ancora esistono, con tanto di stemma nobiliare e di
ridipintura fresca, ma l'insieme, per chi non abbia mai visto il disegno
di Domenico Antonio Vaccaro, non è nemmeno sospettabile.
Oggi percorrendo via Tarsia due cose
balzano all'occhio: Palazzo Gravina, anche questo di ricca facciata e di
incantevole cortile, occupato dall' Università, e il Teatro Bracco, fra i
cui cartelloni compare anche l'insegna della
polizia, con accanto l'istituto nautico. Di fronte, in linea d'aria,
campeggiano San Martino e Sant'Elmo; in basso, invece, si cade nella trama
della Pignasecca fra la nuova stazione della Cumana e della Funicolare di
Montesanto.
Il Teatro Bracco,
ridipinto di rosso fuoco insieme all'Istituto Nautico, sono la parte di
edificio più avanzata dell'antico Palazzo Tarsia, mentre i corpi di
fabbrica più distanti si perdono salendo sulla collina, dove i grandissimi
giardini settecenteschi sono diventati un putiferio di case,
casaroppole e
palazzi. Sulla destra c'è anche l'Istituto Margherita di Savoia, e altri
palazzi di minore rilievo ma non meno balli.
Largo Tarsia, al cui
numero 2 si apre la facciata di Palazzo Spinelli con lo stemma a tre
stelle, è un piazzale interno all'edificio di rara eleganza rococò. Inizio
a contemplare: grazie al prezioso libro di Aurelio de Rose, "I palazzi di
Napoli", mi sono resa conto di ciò che ho sempre guardato senza vedere.
L'incisione su rame di Vaccaro è sublime: nel 1730 Ferdinando Vincenzo
Spinelli, principe di Tarsia, aveva incaricoato il celebre architetto di
ridisegnare un vecchio corpo di fabbrica già posseduto dalla famiglia sin
dal 1500. Corte, giardini, persino un serraglio era qui previsto. Una
descrizione del 1798 racconta dei grandi loggiati e persino di una
magnifica biblioteca che Spinelli aveva aperto al pubblico. Una specie di
riedizione dei giardini pensili di Babilonia questo palazzo, fatto a
terrazze digradanti, con statue in marmo delle quattro stagioni, le volte
dipinte in oro e le volte affrescate. Spinelli era un appassionato di
scienze e di matematica, un cultore della biologia. Solito fare
discussioni lunghe con Vaccaro, cui indicava i suoi inderogabili desideri,
dettato per altro da una cultura vastissima e da frequentazioni di livello
europeo, che certo dovettero essere ospitate dal palazzo in costruzione.
Era qui, anche un osservatorio astronomico. La costruzione aveva previsto
anche una ampia strada di ingresso, perché il sole fosse sempre presente e
il panorama verso il mare e collina sempre visibili.
La famiglia Spinelli aveva opere d'arte
in quantità in questo palazzo, inclusi disegni del Bernini. Di Ferdinando
Vincenzo, gentiluomo di camera di Carlo III di Borbone, restano due
magnifici ritratti del Solimena, uno conservato a Capodimonte del 1741,
l'altro sul mercato delle vendite datato forse 1730.
Fatto sta che gli
Spinelli di Tarsia si estinsero. Nel 1840, fu progettato un grande
mercato, per la zona che andava dall'attuale calata Tarsia e Porta Medina.
Il progetto fallì, perchè i venditori non si vollero trasferire in questo
nuovo spazio, che invece ospitò le Manifatture del Regno in mostra, e poi
il Reale Istituto di incoraggiamento, e infine la sala cinematografica e
teatrale intestata al grande drammaturgo Roberto Bracco, oggi attiva e
fresca di restauro.
Resta il sogno di Palazzo Tarsia, ma qui è
bello comunque.
Bracco, un morso a
Nitti contro le critiche
Roberto Bracco,
cui è intestato il teatro sorto sui resti del corpo di Palazzo Tarsia,
nacque a Napoli il 10 novembre 1861. Bracco, riluttante agli studi e
impiegato in una ditta di
spedizioni, si dedicò presto al giornalismo, scrivendo anche novelle,
cronache e poesie in dialetto. Prima di essere assunto, nel 1884, come
critico drammatico e musicale al "Corriere di Napoli", era stato
collaboratore del "Corriere del Mattino", di "Capitan Fracassa", e di
molti altri giornali. Vuole la leggenda che si avvicinasse al teatro
perché innamorato di un'attrice della compagnia di Ermete Novelli:
mancando dal teatro per qualche tempo, Novelli l'andò a trovare scoprendo
che non si presentava perché si era tagliato un baffo per sbaglio e
aspettava ricrescesse. Nell'attesa iniziò a scrivere e divenne in breve il
più apprezzato commediografo italiano.
Le sue opere furono rappresentate da
Eleonora Duse e dalle sorelle Gramatica. Amico di Sarah Bernhardt fu
secondo in fortuna solo a Luigi Pirandello. Elegantissimo, famose le sue
cravatte, e rabbioso, fu coinvolto in due epiche cause, una delle quali
contro Francesco Saverio Nitti cui aveva addentato la testa perché osato
criticargli un lavoro: "Vuje site 'nu fetente!" pare gli urlasse dopo una
inutile riappacificazione. Eletto nelle fila liberali di Amendola nel
1923, con l'avvento del fascismo fu dichiarato decaduto dalla carica e i
suoi lavori furono eliminati da ogni cartellone. In quanto oppositore del
regime, quando morì, il 20 aprile del 1943, la notizia venne ignorata.
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